Condividi:

È rimasta per quasi cinque anni in uno stato vegetativo, dopo aver subito una grave carenza di ossigeno durante il parto. Rosa Orlandy Castro Almonte, 39 anni, di origine dominicana, non riuscì mai a conoscere davvero suo figlio: poteva sentirne la voce, ma non vedere il suo volto. Oggi, a distanza di anni dalla tragedia, la Corte d’Appello ha ricalcolato il risarcimento riconosciuto ai familiari, fissandolo complessivamente intorno a 1,2 milioni di euro.
La vicenda risale alla sera del 10 maggio 2016. Rosa viveva a Porto Recanati insieme al marito ed era in attesa del suo primo figlio. Quel giorno raggiunse l’ospedale di Civitanova Marche per essere sottoposta a un parto cesareo d’urgenza. Durante l’intervento, eseguito in anestesia generale, qualcosa andò storto.
Secondo quanto ricostruito nel procedimento civile, il tubo endotracheale utilizzato per l’ossigenazione sarebbe stato posizionato in maniera non corretta, provocando per alcuni minuti una grave carenza di ossigeno al cervello. Rosa entrò in coma e rimase successivamente in uno stato vegetativo.
La donna venne ricoverata nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Civitanova. L’8 giugno 2016 fu dimessa e trasferita prima al centro di riabilitazione Santo Stefano di Porto Potenza Picena e successivamente in una Rsa di Recanati. Una lunga parentesi di cinque anni durante la quale le sue condizioni rimasero gravemente compromesse.
Le conseguenze neurologiche erano state devastanti. Rosa aveva perso la vista da un occhio e con l’altro riusciva a distinguere soltanto delle ombre. Non aveva più la sensibilità tattile, non riusciva ad articolare le parole e aveva perso anche la capacità di percepire i sapori. L’udito era rimasto l’unico senso pienamente conservato. Fu così che poté almeno ascoltare la voce del figlio che non aveva mai potuto vedere.
Nel febbraio del 2021 le sue condizioni si aggravarono a causa di una subocclusione intestinale. Fu nuovamente trasferita all’ospedale di Civitanova, dove venne sottoposta a un intervento di colostomia. Il 4 marzo 2021 Rosa morì, a quasi cinque anni dall’episodio che aveva segnato irreversibilmente la sua vita.
Dalla vicenda era scaturito anche un procedimento penale nei confronti dell’anestesista, conclusosi con un’assoluzione con formula dubitativa. Parallelamente, i familiari hanno intrapreso un’azione civile nei confronti dell’allora Asur, oggi Ast, e del medico.
Nel procedimento sono stati coinvolti il marito, il figlio, rappresentato dalla tutrice, la madre, la zia materna e il fratello della vittima, assistiti dai rispettivi legali. In primo grado il giudice aveva riconosciuto un risarcimento complessivo superiore a 1,5 milioni di euro, comprendendo il danno non patrimoniale spettante agli eredi e quello legato alla perdita del rapporto familiare.
La Corte d’Appello ha ora parzialmente modificato quella decisione, ricalcolando gli importi e portando il risarcimento complessivo a circa 1,2 milioni di euro. La somma resta quindi molto consistente, ma i giudici hanno ridotto di oltre 250mila euro l’importo riconosciuto al marito.
La Corte ha inoltre escluso il riconoscimento del danno da perdita del rapporto parentale sia nei confronti del marito sia nei confronti del fratello della donna. Restano invece riconosciute le altre voci risarcitorie previste dalla decisione riformata.
Una lunga vicenda giudiziaria che si chiude dunque, almeno sul piano del giudizio d’appello, con un nuovo ricalcolo delle somme spettanti ai familiari. Al centro rimane la storia di Rosa, giovane madre che dopo quel parto non poté più tornare alla vita di prima e che non ebbe mai la possibilità di vedere il figlio che aveva appena dato alla luce.

Tutti gli articoli